di Cristina Valeri
“Roma ama gli animali”. È una frase ripetuta spesso per descrivere una città che dovrebbbe valorizzare la biodiversità, tutelare l’ambiente e rispettare gli animali.La realtà, purtroppo, racconta una storia molto diversa. A dimostrarlo è anche la vicenda, lunga e poco trasparente, della gestione dei canili comunali.Bisogna risalire al 1997, quando la gestione venne affidata direttamente a un’associazione. Quel rapporto si protrasse per molti anni, senza una vera apertura alla concorrenza, fino all’intervento dell’Autorità nazionale anticorruzione. Nel 2016 l’ANAC contestò il ricorso reiterato agli affidamenti diretti, contribuendo a porre fine a un sistema che, nel tempo, aveva sollevato perplessità, polemiche e interrogativi sulla gestione delle strutture e delle risorse pubbliche.È bene ricordarlo: i canili comunali sono finanziati con denaro pubblico, proveniente dalle imposte pagate da tutti i cittadini. Ogni euro impiegato deve quindi tradursi in servizi adeguati, strutture sicure, tutela degli animali, condizioni di lavoro dignitose e controlli rigorosi.
Dal 2016 la gestione è passata a un operatore economico e, anche dopo le successive procedure di gara, il servizio è rimasto affidato allo stesso gestore. Ma il cambiamento formale del sistema di affidamento non sembra aver determinato quel miglioramento sostanziale che Roma e i suoi animali attendevano.Negli ultimi anni si sono susseguite segnalazioni, denunce e contestazioni sulle condizioni delle strutture e sull’esecuzione dei servizi. L’ANAC è intervenuta nuovamente, rilevando numerose criticità e chiedendo chiarimenti all’Amministrazione capitolina, che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto degli obblighi contrattuali.Il quadro emerso pone interrogativi tanto sull’attività del gestore quanto sull’efficacia dei controlli esercitati dal Comune. Quando un contratto pubblico riguarda esseri viventi fragili e indifesi, controllare non può essere considerato un semplice adempimento burocratico: è un preciso dovere istituzionale.A pagare le conseguenze delle inefficienze sono soprattutto gli animali ospitati nelle strutture. Troppo spesso la battaglia contro il disinteresse e il lassismo viene portata avanti dalle associazioni animaliste e dai volontari che, con un enorme impiego di tempo, energie, risorse economiche ed emotive, cercano ogni giorno di tutelare cani e gatti senza famiglia.È triste dover parlare di denaro, appalti, contratti e interessi quando si guardano negli occhi animali costretti a vivere per anni in un box. Nei loro sguardi si leggono la sofferenza e la tristezza di un’esistenza priva di affetti e di libertà. Eppure proprio attorno a queste fragilità possono costruirsi interessi economici, rendite di posizione e operazioni d’immagine.
Questa, in estrema sintesi, è la storia degli ultimi decenni. Roma non ha ancora dimostrato di amare davvero i propri animali. Non vediamo una strategia incisiva per il contrasto del randagismo, un piano strutturale per superare le strutture obsolete o un sistema capace di garantire trasparenza, controlli e risultati verificabili.
Ma, oltre al passato, oggi dobbiamo guardare con preoccupazione al presente.Il 5 agosto 2026 è terminata l’esecuzione dell’ultimo contratto per la gestione dei canili di Muratella e Ponte Marconi e dei servizi collegati. A oggi, 17 agosto, l’Amministrazione non ha ancora comunicato pubblicamente e con chiarezza attraverso quale atto, a quali condizioni e per quanto tempo sia stata garantita la prosecuzione del servizio.Eppure l’avvicinarsi della scadenza era noto da tempo.Nel gennaio 2026 il consigliere capitolino di Fratelli d’Italia Federico Rocca aveva presentato un’interrogazione al sindaco e al Dipartimento competente. Chiedeva se fossero state avviate le procedure per la nuova gara – una procedura europea che richiede tempi adeguati di preparazione – e se fossero state coinvolte le associazioni animaliste.
La risposta del Dipartimento, datata 27 febbraio 2026, dichiarava che erano state avviate soltanto alcune “attività preliminari”. Il cronoprogramma risultava ancora in fase di definizione, mentre non venivano indicati né l’avvio di una procedura di gara né una data per la sua pubblicazione. Si manifestava inoltre una generica disponibilità al dialogo con le associazioni, senza fornire però un calendario degli incontri o elementi concreti sull’effettivo confronto.
La stessa risposta, pertanto, dimostra che l’Amministrazione conosceva la scadenza con largo anticipo, ma non chiariva come intendesse arrivare in tempo al nuovo affidamento e garantire la continuità del servizio.
Nel frattempo, in Commissione ambiente è stata prospettata la possibilità di affidare mediante un ulteriore bando a una o più associazioni alcune attività relative all’accoglienza, alla socializzazione e alle adozioni. Prima di procedere è però necessario chiarire con precisione quali servizi siano già compresi e remunerati nel contratto principale, quali attività si vogliano esternalizzare, con quali risorse e attraverso quali criteri di selezione e controllo. Diversamente si rischierebbero sovrapposizioni, duplicazioni di costi e una frammentazione delle responsabilità.
Dopo quasi trent’anni, dunque, il sistema sembra compiere un giro completo: partiti nel 1997 da un affidamento a un’associazione, rischiamo di tornare nuovamente a un modello basato sulle associazioni, senza aver prima risolto i problemi strutturali, organizzativi e di trasparenza denunciati nel corso degli anni.
Non è questo il cambiamento di cui Roma ha bisogno.
Amare gli animali non significa organizzare iniziative occasionali o utilizzare slogan rassicuranti. Significa programmare per tempo, rendere pubblici gli atti, controllare i contratti, tutelare i lavoratori, ascoltare realmente le associazioni e garantire a ogni animale condizioni dignitose e concrete possibilità di adozione.
Fino a quando tutto questo non sarà assicurato, dovremo continuare a dirlo con chiarezza: no, Roma non ama davvero i suoi animali.