La Mandragola al Quirino: un classico che continua a parlarci

Sono stata al Teatro Quirino e ho rivisto La Mandragola di Niccolò Machiavelli.Dico “rivisto” perché è uno di quei testi che, almeno sulla carta, conosciamo tutti. Ma il teatro ha questo potere: riportarti dentro una storia e fartela guardare con occhi nuovi, anche quando pensi di sapere già cosa aspettarti. E, in effetti, qualcosa cambia sempre. Quello che mi ha colpito, ancora una volta, è quanto questa commedia sia spietata sotto la sua leggerezza. Si ride — e si ride davvero — ma mentre lo fai ti accorgi che Machiavelli non fa sconti a nessuno. I personaggi si muovono dentro una logica lucida, quasi inevitabile, dove il desiderio finisce per giustificare ogni compromesso. Messer Nicia, ad esempio, non è soltanto una figura comica. La sua ossessione di avere un figlio lo rende quasi fragile, e proprio per questo facilmente manipolabile. L’inganno orchestrato da Ligurio e fra Timoteo si sviluppa con una precisione sorprendente, senza forzature, fino a un finale che lascia una sensazione ambigua: si ride, ma resta qualcosa di irrisolto. E poi c’è Lucrezia, forse il personaggio più complesso. Parte come incarnazione della virtù e arriva ad accettare una situazione completamente ribaltata, senza drammi, senza rotture evidenti. È un passaggio che colpisce proprio per la sua naturalezza, e che finisce per essere uno degli elementi più contemporanei del testo. L’allestimento visto al Teatro Quirino lavora bene su questo equilibrio. Da una parte c’è la solidità degli interpreti — tra cui Massimo Venturiello e Maurizio Micheli — che tengono il ritmo e accompagnano lo spettatore senza mai perdere il controllo della scena. Dall’altra, una scelta che introduce un elemento di attualità: l’uso di scenografie realizzate con l’Intelligenza Artificiale. Il contrasto tra classico e contemporaneo è evidente, ma non invasivo. Non modifica la struttura dell’opera, piuttosto la incornicia in una sensibilità più vicina al presente. E in questo senso funziona, perché non cerca di forzare una lettura, ma suggerisce una continuità tra epoche diverse. Non è uno spettacolo che punta a rileggere radicalmente Machiavelli, né a sorprendere con soluzioni registiche estreme. Ma forse non è questo il punto. È uno spettacolo che procede con coerenza, che intrattiene e che, senza dichiararlo apertamente, lascia emergere una certa inquietudine. E quando succede, vuol dire che il teatro ha fatto il suo lavoro. Voi che ne pensate?