Le Maschere del Teatro Italiano 2026: all’Argentina una serata di premi ed emozioni

di Cristina Valeri Sabato 19 settembre, al Teatro Argentina di Roma, si è svolta la cerimonia di premiazione del Premio “Le Maschere del Teatro Italiano”. La grande protagonista è stata l’emozione: quella dei partecipanti e, soprattutto, di chi, come me, ama da sempre l’arte del teatro. Uno spettacolo teatrale è un viaggio fatto di emozioni e sensazioni, suoni, musica, ombre e luci. Ogni elemento contribuisce a un delicato meccanismo, nel quale i lavoratori dello spettacolo sono protagonisti insieme al pubblico. Il Teatro Argentina, uno dei luoghi simbolo del teatro italiano, custodisce grandi eventi ed emozioni: partecipare a una serata come questa è un regalo che possiamo concederci. Giunto alla 23ª edizione, il Premio è stato ideato da Luca De Fusco, oggi direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma, insieme al compianto Maurizio Giammusso. Di fronte a una sala gremita, sono stati celebrati i “custodi del teatro”: coloro che hanno qualcosa da raccontare e lo fanno con gioia e generosità. A condurre la serata è stata Serena Autieri, affiancata dall’ironia di Antonio Bannò. Con le sue esibizioni canore, Autieri ha aggiunto un tocco di eleganza e sentimento. Il presidente della giuria, Gianni Letta, ha definito questo riconoscimento «l’Oscar del teatro italiano». Una formula che, a mio avviso, rende omaggio ai grandi professionisti che, con serietà e dedizione, sanno coinvolgere tanto chi si avvicina al teatro per la prima volta quanto chi lo frequenta da sempre. Ogni rappresentazione è un evento irripetibile, uno scambio di energie tra chi crea la magia e chi la guarda. Ogni sera si rinnova quel patto non scritto tra il palcoscenico e la platea. È giusto, quindi, celebrare con entusiasmo e affetto chi rende possibile tutto questo. Tra le autorità intervenute, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha ricordato la riapertura del Teatro Valle. Rocca e il sottosegretario alla Cultura, Gianpiero Cannella, hanno ribadito l’impegno a riconoscere al teatro e allo spettacolo dal vivo la stessa attenzione riservata al cinema e all’audiovisivo. A mio avviso, è questa la promessa più importante: perché il teatro è un futuro che guarda al passato e un passato che continua a parlare al futuro. Da spettatrice, però, mi resta un piccolo rammarico. Pur riconoscendo il valore dei vincitori, avrei voluto vedere un lavoro straordinario come Lungo viaggio verso la notte, diretto da Gabriele Lavia, ricevere altri riconoscimenti oltre a quello per le migliori musiche. È una considerazione personale, nata dall’emozione che quello spettacolo mi ha lasciato. Ho accolto con gioia il successo di Arturo Cirillo, premiato per la regia di Le false confidenze, la vittoria di Antigone, diretto da Robert Carsen, come miglior spettacolo di prosa, e il riconoscimento a Gabriele Di Luca come miglior autore di novità italiana. L’appuntamento con tutto il teatro italiano è ora alla stagione 2026/2027, con l’augurio di vivere nuovi, entusiasmanti spettacoli. Tutti i premi Ogni riconoscimento racconta una parte del lavoro teatrale. Per questo desidero ricordare tutti i premiati, dando spazio anche a quelle professionalità che il pubblico non sempre vede, ma di cui percepisce il valore in ogni spettacolo.
Roma ama davvero i suoi animali?

di Cristina Valeri “Roma ama gli animali”. È una frase ripetuta spesso per descrivere una città che dovrebbbe valorizzare la biodiversità, tutelare l’ambiente e rispettare gli animali.La realtà, purtroppo, racconta una storia molto diversa. A dimostrarlo è anche la vicenda, lunga e poco trasparente, della gestione dei canili comunali.Bisogna risalire al 1997, quando la gestione venne affidata direttamente a un’associazione. Quel rapporto si protrasse per molti anni, senza una vera apertura alla concorrenza, fino all’intervento dell’Autorità nazionale anticorruzione. Nel 2016 l’ANAC contestò il ricorso reiterato agli affidamenti diretti, contribuendo a porre fine a un sistema che, nel tempo, aveva sollevato perplessità, polemiche e interrogativi sulla gestione delle strutture e delle risorse pubbliche.È bene ricordarlo: i canili comunali sono finanziati con denaro pubblico, proveniente dalle imposte pagate da tutti i cittadini. Ogni euro impiegato deve quindi tradursi in servizi adeguati, strutture sicure, tutela degli animali, condizioni di lavoro dignitose e controlli rigorosi. Dal 2016 la gestione è passata a un operatore economico e, anche dopo le successive procedure di gara, il servizio è rimasto affidato allo stesso gestore. Ma il cambiamento formale del sistema di affidamento non sembra aver determinato quel miglioramento sostanziale che Roma e i suoi animali attendevano.Negli ultimi anni si sono susseguite segnalazioni, denunce e contestazioni sulle condizioni delle strutture e sull’esecuzione dei servizi. L’ANAC è intervenuta nuovamente, rilevando numerose criticità e chiedendo chiarimenti all’Amministrazione capitolina, che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto degli obblighi contrattuali.Il quadro emerso pone interrogativi tanto sull’attività del gestore quanto sull’efficacia dei controlli esercitati dal Comune. Quando un contratto pubblico riguarda esseri viventi fragili e indifesi, controllare non può essere considerato un semplice adempimento burocratico: è un preciso dovere istituzionale.A pagare le conseguenze delle inefficienze sono soprattutto gli animali ospitati nelle strutture. Troppo spesso la battaglia contro il disinteresse e il lassismo viene portata avanti dalle associazioni animaliste e dai volontari che, con un enorme impiego di tempo, energie, risorse economiche ed emotive, cercano ogni giorno di tutelare cani e gatti senza famiglia.È triste dover parlare di denaro, appalti, contratti e interessi quando si guardano negli occhi animali costretti a vivere per anni in un box. Nei loro sguardi si leggono la sofferenza e la tristezza di un’esistenza priva di affetti e di libertà. Eppure proprio attorno a queste fragilità possono costruirsi interessi economici, rendite di posizione e operazioni d’immagine. Questa, in estrema sintesi, è la storia degli ultimi decenni. Roma non ha ancora dimostrato di amare davvero i propri animali. Non vediamo una strategia incisiva per il contrasto del randagismo, un piano strutturale per superare le strutture obsolete o un sistema capace di garantire trasparenza, controlli e risultati verificabili. Ma, oltre al passato, oggi dobbiamo guardare con preoccupazione al presente.Il 5 agosto 2026 è terminata l’esecuzione dell’ultimo contratto per la gestione dei canili di Muratella e Ponte Marconi e dei servizi collegati. A oggi, 17 agosto, l’Amministrazione non ha ancora comunicato pubblicamente e con chiarezza attraverso quale atto, a quali condizioni e per quanto tempo sia stata garantita la prosecuzione del servizio.Eppure l’avvicinarsi della scadenza era noto da tempo.Nel gennaio 2026 il consigliere capitolino di Fratelli d’Italia Federico Rocca aveva presentato un’interrogazione al sindaco e al Dipartimento competente. Chiedeva se fossero state avviate le procedure per la nuova gara – una procedura europea che richiede tempi adeguati di preparazione – e se fossero state coinvolte le associazioni animaliste. La risposta del Dipartimento, datata 27 febbraio 2026, dichiarava che erano state avviate soltanto alcune “attività preliminari”. Il cronoprogramma risultava ancora in fase di definizione, mentre non venivano indicati né l’avvio di una procedura di gara né una data per la sua pubblicazione. Si manifestava inoltre una generica disponibilità al dialogo con le associazioni, senza fornire però un calendario degli incontri o elementi concreti sull’effettivo confronto. La stessa risposta, pertanto, dimostra che l’Amministrazione conosceva la scadenza con largo anticipo, ma non chiariva come intendesse arrivare in tempo al nuovo affidamento e garantire la continuità del servizio. Nel frattempo, in Commissione ambiente è stata prospettata la possibilità di affidare mediante un ulteriore bando a una o più associazioni alcune attività relative all’accoglienza, alla socializzazione e alle adozioni. Prima di procedere è però necessario chiarire con precisione quali servizi siano già compresi e remunerati nel contratto principale, quali attività si vogliano esternalizzare, con quali risorse e attraverso quali criteri di selezione e controllo. Diversamente si rischierebbero sovrapposizioni, duplicazioni di costi e una frammentazione delle responsabilità. Dopo quasi trent’anni, dunque, il sistema sembra compiere un giro completo: partiti nel 1997 da un affidamento a un’associazione, rischiamo di tornare nuovamente a un modello basato sulle associazioni, senza aver prima risolto i problemi strutturali, organizzativi e di trasparenza denunciati nel corso degli anni. Non è questo il cambiamento di cui Roma ha bisogno. Amare gli animali non significa organizzare iniziative occasionali o utilizzare slogan rassicuranti. Significa programmare per tempo, rendere pubblici gli atti, controllare i contratti, tutelare i lavoratori, ascoltare realmente le associazioni e garantire a ogni animale condizioni dignitose e concrete possibilità di adozione. Fino a quando tutto questo non sarà assicurato, dovremo continuare a dirlo con chiarezza: no, Roma non ama davvero i suoi animali.
Ospedale veterinario di Roma, dalle promesse elettorali alle domande ancora senza risposta

di Cristina Valeri Era il 19 agosto 2021 quando Roberto Gualtieri, nel presentare il proprio programma elettorale per la candidatura a Sindaco di Roma, indicò la realizzazione del primo ospedale veterinario pubblico d’Italia come una delle proposte più innovative del suo progetto amministrativo. Una promessa che venne presentata come il simbolo di una nuova attenzione verso il benessere animale e che divenne uno dei temi più riconoscibili della sua campagna elettorale. Oggi, a quasi cinque anni di distanza, il cantiere è ormai prossimo alla conclusione. L’investimento pubblico è di circa 6,5 milioni di euro, ma proprio adesso, quando l’opera sta per essere consegnata alla città, emerge la domanda più importante: chi farà funzionare questo ospedale? Perché costruire un edificio è soltanto il primo passo. Un ospedale veterinario vive grazie a veterinari, tecnici, personale amministrativo, risorse economiche, farmaci, apparecchiature, manutenzione e un modello gestionale chiaro.Ed è proprio su questi aspetti che, ad oggi, l’Amministrazione non ha ancora fornito risposte pubbliche e dettagliate. Non risultano infatti chiariti il modello di gestione, il fabbisogno di personale, il costo annuale della struttura, le fonti di finanziamento e la data della sua effettiva piena operatività. Sono le stesse questioni sollevate nell’interrogazione presentata dai Consiglieri Capitolini di Fratelli d’Italia Federico Rocca e Stefano Erbaggi. I consiglieri nell’articolata interrogazione chiedono all’Amministrazione di chiarire quale sarà il modello gestionale dell’ospedale, da dove arriveranno le risorse economiche, quale personale verrà impiegato, quali servizi saranno realmente garantiti e, soprattutto, quando la struttura entrerà effettivamente in funzione. Sono domande che ogni amministrazione seria dovrebbe aver già affrontato prima ancora di avviare un’opera di questa portata. La sensazione, invece, è che ancora una volta si sia preferito partire dall’annuncio, rinviando a un secondo momento tutte le questioni più complesse.È una modalità che purtroppo i romani conoscono bene: si presentano grandi progetti, si organizzano conferenze stampa, si inaugurano cantieri, ma troppo spesso manca una vera pianificazione della fase successiva, quella che consente alle opere di funzionare davvero. C’è poi un’altra riflessione che ritengo ancora più importante. L’ospedale sorgerà all’interno del complesso della Muratella, mentre continua a rimanere sostanzialmente irrisolto il tema del canile comunale.Da anni associazioni, volontari e operatori denunciano la necessità di ripensare profondamente quella struttura, concepita secondo modelli ormai superati rispetto alle moderne conoscenze sul benessere animale. Mi sarei aspettata che, insieme all’ospedale, Roma Capitale avviasse finalmente una vera rivoluzione del sistema di accoglienza dei cani: spazi più idonei, minore impatto dello stress, percorsi che favoriscano realmente il recupero comportamentale e le adozioni.Invece si continua a intervenire sul contenitore senza affrontare il problema complessivo. Naturalmente tutti auspichiamo che il nuovo ospedale diventi una realtà efficiente e rappresenti un servizio utile per la città.Ma proprio perché si tratta di un investimento finanziato con denaro pubblico, i cittadini hanno il diritto di sapere fin da ora come verrà gestito, quali costi comporterà e quali risultati produrrà.La politica non dovrebbe limitarsi a costruire edifici. Il rischio è che l’ospedale veterinario diventi il monumento alle promesse elettorali: una struttura costruita prima di aver progettato come mantenerla aperta e funzionante. I cittadini non chiedono inaugurazioni. Chiedono servizi che funzionino.
Roma Capitale, adozioni si, ma solo quando fa comodo?

Nei giorni scorsi AM.AN.T. ODV, associazione apartitica impegnata da anni nel volontariato presso i canili comunali di Roma, si è vista negare la possibilità di presentare alcuni cani in cerca di famiglia durante una manifestazione pubblica. La motivazione addotta dal Dipartimento Tutela Animali del Comune di Roma è stata che l’evento si svolgeva all’interno di una manifestazione politica. Eppure, nello spazio riservato all’associazione non erano presenti simboli di partito, materiale di propaganda o attività di carattere politico: l’obiettivo era esclusivamente quello di favorire le adozioni e far conoscere ai cittadini alcuni degli ospiti dei canili comunali. Pochi giorni dopo, tutti gli organi di stampa hanno pubblicato la fotografi a della deputata Patrizia Prestipino che, durante una votazione alla Camera, indossava una maglietta raffigurante il rivoluzionario comunista Che Guevara. La circostanza assume particolare rilievo perché Patrizia Prestipino ricopre anche l’incarico di Garante per la Tutela e il Benessere degli Animali di Roma Capitale e organizza periodicamente iniziative dedicate alla promozione delle adozioni dei cani ospitati nei canili comunali. Sorge quindi una domanda legittima. Per quale motivo il Comune di Roma ritiene ammissibile promuovere le adozioni attraverso iniziative che vedono protagonisti esponenti politici o fi gure istituzionali con una chiara e riconoscibile collocazione politica, mentre impedisce a un’associazione apolitica di svolgere la stessa attività soltanto perché inserita all’interno di una manifestazione organizzata da una forza politica, pur senza alcun simbolo o messaggio politico nello spazio associativo? Se il principio è quello di evitare qualsiasi possibile collegamento tra adozioni e politica, allora dovrebbe essere applicato in modo uniforme, senza eccezioni. Se invece il principio cambia a seconda del contesto o delle persone coinvolte, è inevitabile che si alimenti il dubbio dell’esistenza di un doppio standard. Le adozioni dei cani dei canili comunali dovrebbero rappresentare un obiettivo condiviso da tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica di chi contribuisce a promuoverle. Ogni occasione utile per far incontrare un cane e una famiglia dovrebbe essere valorizzata, non ostacolata. Per questo chiediamo al Comune di Roma di chiarire quali siano i criteri adottati per autorizzare o vietare le iniziative dedicate alle adozioni e di garantire che tali criteri siano applicati in maniera imparziale, senza discriminazioni. Quando si parla del futuro di centinaia di cani in attesa di una famiglia, dovrebbe esistere un solo interesse: il loro benessere. Se invece le opportunità di adozione vengono limitate per ragioni che appaiono estranee alla tutela degli animali, è inevitabile porsi una domanda: l’attuale amministrazione capitolina sta davvero mettendo al primo posto il benessere degli animali oppure prevalgono altre logiche?
Cultura che genera futuro, alla Camera dei Deputati il confronto sul ruolo del Terzo Settore nella lotta alla povertà educativa

di Cristina Valeri Si è svolto oggi presso la Camera dei Deputati il convegno “Ruolo del Terzo Settore: Cultura che genera futuro. Educazione al patrimonio e alle arti come risposta alla povertà educativa”, promosso dalla Federazione Italiana del Teatro e delle Arti (FITA APS) con il contributo del Ministero della Cultura, nell’ambito del bando dedicato ai convegni di rilevante interesse culturale nazionale e internazionale, e ospitato presso la Camera dei Deputati grazie alla disponibilità del Presidente della Commissione Cultura, On. Federico Mollicone. La Sala Matteotti ha accolto autorevoli rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, della ricerca e del Terzo Settore per affrontare il tema dell’educazione al patrimonio culturale e alle arti come strumento di contrasto alla povertà educativa, evidenziando il ruolo fondamentale delle associazioni culturali e delle istituzioni nel raggiungere anche le aree più periferiche e fragili del territorio nazionale. Proprio nelle zone maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale ed educativa, la cultura si conferma uno strumento capace di generare partecipazione, inclusione, cittadinanza attiva e coesione sociale. “Oggi abbiamo voluto indicare come il patrimonio culturale, le arti e la creatività possano trasformarsi in strumenti concreti per contrastare la povertà educativa, rafforzare la cittadinanza attiva e generare coesione sociale”, ha dichiarato il Presidente Nazionale FITA, Avv.to Carmelo Pace. “La Federazione Italiana del Teatro e delle Arti ha fortemente voluto questo momento di dialogo tra istituzioni, università, mondo educativo e associazionismo, nella convinzione che la cultura non sia un costo, ma un investimento sul futuro delle comunità. Crediamo che la risposta alla povertà educativa richieda una visione condivisa, multidisciplinare e una forte alleanza tra tutti gli attori coinvolti.” Il convegno è stato aperto dai saluti istituzionali dell’On. Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, dell’On. Maria Teresa Bellucci, Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’onorevole Maria Carolina Varchi, dell’onorevole Simona Renata Baldassarre Assessore alla Cultura della Regione Lazio, dell’ Onorevole Federico Rocca, Consigliere di Roma Capitale, della Dott.ssa Elisabetta Borgia, Funzionario del Ministero della Cultura, dell’Avv. Maria Lufrano, Presidente ANAS Lazio, e dell’Avv. Carmelo Pace, Presidente Nazionale FITA. La sessione di approfondimento, coordinata da Biagio Graziano per FITA, ha visto gli interventi del Prof. Alessandro Sanzo dell’Università Sapienza di Roma, del Dott. Matteo Corbucci, Presidente Nazionale OMEP Italia, del Prof. Christian Corsi, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Teramo, e del Dott. Vincenzo Curatola, Referente Nazionale ARCE – Alleanza Reti Comunità Educanti. Dagli interventi è emersa con determinazione la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni pubbliche, università, scuole, enti culturali e Terzo Settore per costruire percorsi educativi innovativi e accessibili, capaci di valorizzare il patrimonio culturale e artistico come leva di sviluppo umano e territoriale. L’auspicio condiviso dai partecipanti è che questo appuntamento rappresenti l’inizio di un percorso stabile di confronto e collaborazione, in grado di trasformare le riflessioni emerse in azioni concrete a favore delle comunità, delle nuove generazioni e della crescita culturale del Paese.
Al Teatro Argentina The Circle Mirror Transformation

di Cristina Valeri Alle 19 il teatro è ancora quasi vuoto. L’orario di inizio dello spettacolo è fissato proprio per le 19 e, per un momento, sembra che il pubblico abbia disertato l’evento. La cosa sorprende, considerando che The Circle Mirror Transformation è una prestigiosa produzione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e del Teatro di Roma, diretta e interpretata da Valerio Binasco, affiancato da una elegante e raffinata Pamela Villoresi.Mi chiedo se il bel tempo e la giornata festiva abbiano influito sulla presenza degli spettatori. Eppure, alle 19.01, qualcosa cambia: il teatro inizia lentamente a riempirsi e, nel giro di dieci minuti, un continuo flusso di persone occupa i posti della platea fino alla seconda galleria.La magia può cominciare. La scena è esattamente come deve essere. Siamo nel Vermont, negli Stati Uniti, all’interno di un modesto locale al piano strada di una piccola cittadina americana. Uno spazio semplice, quasi anonimo, che diventa il contenitore perfetto per le vicende umane che prenderanno forma davanti ai nostri occhi.Entrano in scena i personaggi e, con loro, le loro personalità. Una coppia sposata, una giovane ragazza, una donna affascinante, un uomo trasandato. La situazione appare subito familiare a gran parte del pubblico. Chi di noi, infatti, non ha mai partecipato almeno una volta a un corso di recitazione?Le scene ripropongono fedelmente gli esercizi, le dinamiche e i momenti tipici di un laboratorio teatrale. E, proprio come accade nella realtà, durante il percorso formativo si intrecciano le vite dei partecipanti. Ognuno si mette a nudo, ognuno offre qualcosa di sé, fino a rivelare fragilità, desideri, paure e segreti.Nascono relazioni, altre si interrompono. Si ride, ci si commuove, ci si riconosce. È uno spettacolo coinvolgente, capace di trascinare lo spettatore all’interno di un mondo intimo e profondamente umano. Un racconto di introspezione che alterna leggerezza e malinconia, ironia e tenerezza.Per chi ha frequentato una scuola di teatro, molte delle situazioni rappresentate risultano particolarmente familiari. Gli esercizi, i momenti di improvvisazione, i silenzi, le confessioni inattese e quel graduale abbassarsi delle difese che spesso avviene durante un laboratorio teatrale sono restituiti con grande autenticità. Il teatro diventa così metafora della vita stessa: un luogo in cui, nel tentativo di interpretare qualcun altro, si finisce inevitabilmente per scoprire qualcosa di sé.Gli attori risultano perfettamente aderenti ai rispettivi personaggi e riescono tutti a trasmettere con efficacia le emozioni e le sfumature che il testo intende raccontare. Valerio Binasco costruisce un personaggio misurato e credibile, mentre Pamela Villoresi conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità di dominare la scena con naturalezza ed eleganza, offrendo un’interpretazione intensa e mai sopra le righe. Gli applausi finali, tuttavia, sono stati in parte smorzati da un messaggio proiettato sul palco al termine dello spettacolo. Come accade spesso al Teatro Argentina di Roma, anche questa volta ai saluti è stato affiancato un messaggio che, a mio avviso, assume una connotazione politica pur presentandosi come un semplice richiamo civile.Personalmente non condivido questa scelta. Ritengo che il teatro debba certamente essere luogo di riflessione e confronto, ma trovo discutibile utilizzare il momento conclusivo di uno spettacolo per veicolare messaggi che rischiano di dividere il pubblico. La forza del teatro risiede proprio nella sua capacità di suscitare domande, emozioni e riflessioni senza necessariamente indicare una risposta.La passione per il teatro dovrebbe restare uno spazio di incontro e di libertà, lasciando agli spettatori la possibilità di elaborare autonomamente ciò che hanno visto e vissuto in scena.E The Circle Mirror Transformation riesce perfettamente in questo compito: raccontare l’umanità nelle sue fragilità, nei suoi desideri e nelle sue contraddizioni, ricordandoci che spesso, dietro un semplice esercizio teatrale, si nasconde molto di più di una prova di recitazione.
Roma, il caldo e l’attualità di Miller

di Cristina Valeri Primo vero fine settimana di caldo estivo e Roma si svela in tutta la sua storica grandezza. Molti i turisti, molto il degrado, ma sopra ogni cosa continua a imporsi il suo passato grandioso. Come da tradizione, i romani iniziano i loro weekend al mare eppure, in questo 23 maggio, sono tantissimi gli spettatori che affollano il Teatro Argentina per assistere a Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Mai mi sarei aspettata di vedere il teatro così pieno, fino all’ultima galleria. Il pubblico accorre per quello che definiamo un classico della drammaturgia americana del dopoguerra I nomi coinvolti preannunciano già un successo: Arthur Miller, la regia di Carlo Sciaccaluga, la traduzione di Masolino D’Amico, con Luca Lazzareschi e Pia Lanciotti.Assistere a un’ulteriore versione di questo grande testo in una luminosa giornata quasi estiva potrebbe sembrare inizialmente un sacrificio. In realtà, non appena la moderna e originale scenografia ci porta dentro un’America in trasformazione — un cambiamento di cui riconosciamo chiaramente gli effetti anche nell’Italia che verrà — la storia e i personaggi finiscono per coinvolgerci completamente. Siamo agli inizi di quella che verrà definita società dei consumi: un modello nato proprio nell’America di quegli anni, dove le famiglie iniziano a non poter più fare a meno degli elettrodomestici, acquistati a rate e pubblicizzati come simboli di benessere e progresso. In questo contesto, la figura del commesso viaggiatore diventa l’emblema perfetto di un sistema che produce, vende, corre e consuma. Willy Loman è un uomo che macina chilometri per rappresentare quella società che lavora e che sogna il successo. Un uomo che, pur di non abbandonare la sicurezza di una possibile scalata sociale, rinuncia persino all’occasione di diventare ricco altrove. Accanto a lui c’è una moglie devota, perfetta incarnazione della donna americana degli anni ’50: comprensiva, fedele, capace di sostenere il marito anche quando tutto sembra crollare. E poi ci sono i figli, simbolo del futuro e della speranza di trovare un posto nel mondo. Ma Willy è anche un uomo profondamente fragile, complesso e contraddittorio. Arrivato alla consapevolezza del proprio fallimento, si perde nei ricordi della sua vita fino a comprendere di essere stato lui stesso, almeno in parte, la causa della rovina della propria famiglia. Il ritmo dello spettacolo procede veloce pur nella lentezza apparente dei dialoghi. I flashback danno al testo di Miller una straordinaria modernità e la regia li trasforma in immagini sceniche di grande forza. Gli attori sono tutti bravissimi. Luca Lazzareschi è impeccabile dal punto di vista tecnico e professionale, anche se emotivamente convince meno in alcuni passaggi del ruolo. Straordinaria invece Pia Lanciotti, perfetta nella figura della moglie comprensiva degli anni ’50, una donna che subisce ma continua comunque a sostenere il marito, persino quando questo significa andare contro i propri figli. Tre ore di spettacolo assolutamente da consigliare, perché Morte di un commesso viaggiatore resta un testo dannatamente attuale. Viviamo ancora in una società che cambia continuamente e, in fondo, quale genitore non porta con sé sensi di colpa verso la propria famiglia e i propri figli?
Arturo Cirillo firma al Teatro Argentina una splendida edizione de Le false confidenze di Marivaux

di Cristina Valeri Arturo Cirillo firma al Teatro Argentina una splendida edizione de Le false confidenze di Marivaux, elegante e potente nella forma. Domenica 25 aprile ho assistito con grande piacere alla commedia Le false confidenze di Marivaux, in scena fino al 3 maggio nell’affascinante e storico Teatro Argentina di Roma.Nel Teatro Argentina tutto crea un forte impatto emotivo: da quando varchi la soglia a quando osservi dalla platea rossa gli scintillanti palchi. Ma questa volta l’emozione è stata ancora più intensa nel ritrovare un grande regista del nostro tempo, Arturo Cirillo, che da sempre propone raffinate riletture della drammaturgia francese, da Molière a Pierre de Marivaux. Con Le false confidenze posso dire che, per me, ha raggiunto una perfezione stilistica che raramente si incontra a teatro.Le false confidenze è una commedia del 1737 in cui amore, inganno e differenze sociali si intrecciano con ironia. Il protagonista è Dorante, un giovane privo di ricchezze ma innamorato della ricca vedova Araminte. Con l’aiuto del suo ex servitore Dubois, astuto e manipolatore, Dorante entra al servizio della donna come amministratore. Dubois orchestra una serie di “false confidenze”, rivelazioni pilotate, mezze verità e finte casualità, per far nascere in Araminte prima curiosità e poi amore verso Dorante. Tra equivoci, gelosie e ostacoli sociali, Araminte finisce per riconoscere i propri sentimenti e sceglie Dorante, superando convenzioni e interessi economici.La regia di Arturo Cirillo, insieme al raffinato stile di Marivaux, ha saputo rendere questa commedia una felice combinazione di eleganza, sobrietà, contenuto e soprattutto forza scenica. Uso volutamente questa espressione anche per descrivere le dense e magnetiche interpretazioni di tutti gli attori. Grazie a una direzione corale ed efficacissima, ogni personaggio ha avuto un intenso sviluppo drammaturgico che ha esaltato la grande bravura di Elena Sofia Ricci, ormai consacrata grande attrice teatrale, e di Giacomo Vigentini, Rosario Giglio, Orietta Notari, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacinto Palmarini e dello stesso Arturo Cirillo. Con impeccabile sapienza, la scena, composta da elementi essenziali e mobili, si adatta a ogni situazione in una girandola di movimenti che rispecchiano impulsi e agitazioni dei labirinti del cuore, accompagnata da poche ma intense note musicali. Posso dire che ho amato quest’opera per come è stata rappresentata, apprezzandone anche la versatilità: uno spettacolo adatto a tutti, anche a chi deve ancora scoprire quanta emozione sappia donare il teatro.