Cultura che genera futuro, alla Camera dei Deputati il confronto sul ruolo del Terzo Settore nella lotta alla povertà educativa

di Cristina Valeri Si è svolto oggi presso la Camera dei Deputati il convegno “Ruolo del Terzo Settore: Cultura che genera futuro. Educazione al patrimonio e alle arti come risposta alla povertà educativa”, promosso dalla Federazione Italiana del Teatro e delle Arti (FITA APS) con il contributo del Ministero della Cultura, nell’ambito del bando dedicato ai convegni di rilevante interesse culturale nazionale e internazionale, e ospitato presso la Camera dei Deputati grazie alla disponibilità del Presidente della Commissione Cultura, On. Federico Mollicone. La Sala Matteotti ha accolto autorevoli rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, della ricerca e del Terzo Settore per affrontare il tema dell’educazione al patrimonio culturale e alle arti come strumento di contrasto alla povertà educativa, evidenziando il ruolo fondamentale delle associazioni culturali e delle istituzioni nel raggiungere anche le aree più periferiche e fragili del territorio nazionale. Proprio nelle zone maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale ed educativa, la cultura si conferma uno strumento capace di generare partecipazione, inclusione, cittadinanza attiva e coesione sociale. “Oggi abbiamo voluto indicare come il patrimonio culturale, le arti e la creatività possano trasformarsi in strumenti concreti per contrastare la povertà educativa, rafforzare la cittadinanza attiva e generare coesione sociale”, ha dichiarato il Presidente Nazionale FITA, Avv.to Carmelo Pace. “La Federazione Italiana del Teatro e delle Arti ha fortemente voluto questo momento di dialogo tra istituzioni, università, mondo educativo e associazionismo, nella convinzione che la cultura non sia un costo, ma un investimento sul futuro delle comunità. Crediamo che la risposta alla povertà educativa richieda una visione condivisa, multidisciplinare e una forte alleanza tra tutti gli attori coinvolti.” Il convegno è stato aperto dai saluti istituzionali dell’On. Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, dell’On. Maria Teresa Bellucci, Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’onorevole Maria Carolina Varchi, dell’onorevole Simona Renata Baldassarre Assessore alla Cultura della Regione Lazio, dell’ Onorevole Federico Rocca, Consigliere di Roma Capitale, della Dott.ssa Elisabetta Borgia, Funzionario del Ministero della Cultura, dell’Avv. Maria Lufrano, Presidente ANAS Lazio, e dell’Avv. Carmelo Pace, Presidente Nazionale FITA. La sessione di approfondimento, coordinata da Biagio Graziano per FITA, ha visto gli interventi del Prof. Alessandro Sanzo dell’Università Sapienza di Roma, del Dott. Matteo Corbucci, Presidente Nazionale OMEP Italia, del Prof. Christian Corsi, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Teramo, e del Dott. Vincenzo Curatola, Referente Nazionale ARCE – Alleanza Reti Comunità Educanti. Dagli interventi è emersa con determinazione la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni pubbliche, università, scuole, enti culturali e Terzo Settore per costruire percorsi educativi innovativi e accessibili, capaci di valorizzare il patrimonio culturale e artistico come leva di sviluppo umano e territoriale. L’auspicio condiviso dai partecipanti è che questo appuntamento rappresenti l’inizio di un percorso stabile di confronto e collaborazione, in grado di trasformare le riflessioni emerse in azioni concrete a favore delle comunità, delle nuove generazioni e della crescita culturale del Paese.
Al Teatro Argentina The Circle Mirror Transformation

di Cristina Valeri Alle 19 il teatro è ancora quasi vuoto. L’orario di inizio dello spettacolo è fissato proprio per le 19 e, per un momento, sembra che il pubblico abbia disertato l’evento. La cosa sorprende, considerando che The Circle Mirror Transformation è una prestigiosa produzione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e del Teatro di Roma, diretta e interpretata da Valerio Binasco, affiancato da una elegante e raffinata Pamela Villoresi.Mi chiedo se il bel tempo e la giornata festiva abbiano influito sulla presenza degli spettatori. Eppure, alle 19.01, qualcosa cambia: il teatro inizia lentamente a riempirsi e, nel giro di dieci minuti, un continuo flusso di persone occupa i posti della platea fino alla seconda galleria.La magia può cominciare. La scena è esattamente come deve essere. Siamo nel Vermont, negli Stati Uniti, all’interno di un modesto locale al piano strada di una piccola cittadina americana. Uno spazio semplice, quasi anonimo, che diventa il contenitore perfetto per le vicende umane che prenderanno forma davanti ai nostri occhi.Entrano in scena i personaggi e, con loro, le loro personalità. Una coppia sposata, una giovane ragazza, una donna affascinante, un uomo trasandato. La situazione appare subito familiare a gran parte del pubblico. Chi di noi, infatti, non ha mai partecipato almeno una volta a un corso di recitazione?Le scene ripropongono fedelmente gli esercizi, le dinamiche e i momenti tipici di un laboratorio teatrale. E, proprio come accade nella realtà, durante il percorso formativo si intrecciano le vite dei partecipanti. Ognuno si mette a nudo, ognuno offre qualcosa di sé, fino a rivelare fragilità, desideri, paure e segreti.Nascono relazioni, altre si interrompono. Si ride, ci si commuove, ci si riconosce. È uno spettacolo coinvolgente, capace di trascinare lo spettatore all’interno di un mondo intimo e profondamente umano. Un racconto di introspezione che alterna leggerezza e malinconia, ironia e tenerezza.Per chi ha frequentato una scuola di teatro, molte delle situazioni rappresentate risultano particolarmente familiari. Gli esercizi, i momenti di improvvisazione, i silenzi, le confessioni inattese e quel graduale abbassarsi delle difese che spesso avviene durante un laboratorio teatrale sono restituiti con grande autenticità. Il teatro diventa così metafora della vita stessa: un luogo in cui, nel tentativo di interpretare qualcun altro, si finisce inevitabilmente per scoprire qualcosa di sé.Gli attori risultano perfettamente aderenti ai rispettivi personaggi e riescono tutti a trasmettere con efficacia le emozioni e le sfumature che il testo intende raccontare. Valerio Binasco costruisce un personaggio misurato e credibile, mentre Pamela Villoresi conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità di dominare la scena con naturalezza ed eleganza, offrendo un’interpretazione intensa e mai sopra le righe. Gli applausi finali, tuttavia, sono stati in parte smorzati da un messaggio proiettato sul palco al termine dello spettacolo. Come accade spesso al Teatro Argentina di Roma, anche questa volta ai saluti è stato affiancato un messaggio che, a mio avviso, assume una connotazione politica pur presentandosi come un semplice richiamo civile.Personalmente non condivido questa scelta. Ritengo che il teatro debba certamente essere luogo di riflessione e confronto, ma trovo discutibile utilizzare il momento conclusivo di uno spettacolo per veicolare messaggi che rischiano di dividere il pubblico. La forza del teatro risiede proprio nella sua capacità di suscitare domande, emozioni e riflessioni senza necessariamente indicare una risposta.La passione per il teatro dovrebbe restare uno spazio di incontro e di libertà, lasciando agli spettatori la possibilità di elaborare autonomamente ciò che hanno visto e vissuto in scena.E The Circle Mirror Transformation riesce perfettamente in questo compito: raccontare l’umanità nelle sue fragilità, nei suoi desideri e nelle sue contraddizioni, ricordandoci che spesso, dietro un semplice esercizio teatrale, si nasconde molto di più di una prova di recitazione.
Roma, il caldo e l’attualità di Miller

di Cristina Valeri Primo vero fine settimana di caldo estivo e Roma si svela in tutta la sua storica grandezza. Molti i turisti, molto il degrado, ma sopra ogni cosa continua a imporsi il suo passato grandioso. Come da tradizione, i romani iniziano i loro weekend al mare eppure, in questo 23 maggio, sono tantissimi gli spettatori che affollano il Teatro Argentina per assistere a Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Mai mi sarei aspettata di vedere il teatro così pieno, fino all’ultima galleria. Il pubblico accorre per quello che definiamo un classico della drammaturgia americana del dopoguerra I nomi coinvolti preannunciano già un successo: Arthur Miller, la regia di Carlo Sciaccaluga, la traduzione di Masolino D’Amico, con Luca Lazzareschi e Pia Lanciotti.Assistere a un’ulteriore versione di questo grande testo in una luminosa giornata quasi estiva potrebbe sembrare inizialmente un sacrificio. In realtà, non appena la moderna e originale scenografia ci porta dentro un’America in trasformazione — un cambiamento di cui riconosciamo chiaramente gli effetti anche nell’Italia che verrà — la storia e i personaggi finiscono per coinvolgerci completamente. Siamo agli inizi di quella che verrà definita società dei consumi: un modello nato proprio nell’America di quegli anni, dove le famiglie iniziano a non poter più fare a meno degli elettrodomestici, acquistati a rate e pubblicizzati come simboli di benessere e progresso. In questo contesto, la figura del commesso viaggiatore diventa l’emblema perfetto di un sistema che produce, vende, corre e consuma. Willy Loman è un uomo che macina chilometri per rappresentare quella società che lavora e che sogna il successo. Un uomo che, pur di non abbandonare la sicurezza di una possibile scalata sociale, rinuncia persino all’occasione di diventare ricco altrove. Accanto a lui c’è una moglie devota, perfetta incarnazione della donna americana degli anni ’50: comprensiva, fedele, capace di sostenere il marito anche quando tutto sembra crollare. E poi ci sono i figli, simbolo del futuro e della speranza di trovare un posto nel mondo. Ma Willy è anche un uomo profondamente fragile, complesso e contraddittorio. Arrivato alla consapevolezza del proprio fallimento, si perde nei ricordi della sua vita fino a comprendere di essere stato lui stesso, almeno in parte, la causa della rovina della propria famiglia. Il ritmo dello spettacolo procede veloce pur nella lentezza apparente dei dialoghi. I flashback danno al testo di Miller una straordinaria modernità e la regia li trasforma in immagini sceniche di grande forza. Gli attori sono tutti bravissimi. Luca Lazzareschi è impeccabile dal punto di vista tecnico e professionale, anche se emotivamente convince meno in alcuni passaggi del ruolo. Straordinaria invece Pia Lanciotti, perfetta nella figura della moglie comprensiva degli anni ’50, una donna che subisce ma continua comunque a sostenere il marito, persino quando questo significa andare contro i propri figli. Tre ore di spettacolo assolutamente da consigliare, perché Morte di un commesso viaggiatore resta un testo dannatamente attuale. Viviamo ancora in una società che cambia continuamente e, in fondo, quale genitore non porta con sé sensi di colpa verso la propria famiglia e i propri figli?